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RIVEDER LE STELLE (poliversity.it)
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RIVEDER LE STELLE

Eretto nella mia statura, cammino.
A testa alta cammino.
In mano un ramo d’ulivo,
e sulle spalle la mia bara.
E cammino, e cammino, e cammino.

Samih al-Qasim, «Eretto cammino» (Muntasib al-qama amshi)

di #LaviniaMarchetti

Il 23 giugno un breve video di Al Jazeera ha mostrato Abdullah Shtayyeh, giovane del villaggio di Biddya, a ovest di Salfit, nell’istante in cui cade a terra appena varcato il cancello del carcere. Era in detenzione amministrativa dall’ottobre del 2023, oltre due anni e mezzo senza accusa e senza processo. La detenzione amministrativa è la misura con cui Israele rinnova la prigionia a intervalli di tre o sei mesi, sulla base di prove segrete che neppure l’avvocato del detenuto può vedere. Alla fine del 2025 vi risultavano sottoposti circa tremilatrecento palestinesi, dentro una popolazione carceraria politica di quasi undicimila persone, la più numerosa dai tempi della seconda Intifada.

Lo si vede prima in piedi, sorretto a fatica sotto le braccia, la barba lunga e lo sguardo che cerca qualcosa che non trova. Poi le gambe lo abbandonano, e il corpo scivola a terra come se qualcuno avesse reciso i fili che lo tenevano dritto. Intorno accorrono delle mani, una donna in rosso gli sostiene il capo, delle voci lo chiamano per nome. È libero da pochi secondi, e la prima cosa che compie da uomo libero è cadere. Su questa caduta bisogna fermarsi, perché custodisce una verità che la letteratura conosce bene, e cioè che il ritorno dagli inferi è più arduo della discesa.

LA DISCESA

La discesa agli inferi è uno dei racconti più antichi che possediamo. Ulisse scende a interrogare i morti, Enea attraversa il regno delle ombre. Dante, molti secoli più tardi, ne disegna la mappa più precisa che sia mai stata tracciata, un imbuto di gironi che sprofonda fino al centro della terra. Per generazioni abbiamo letto questi viaggi come allegorie dell’anima. Bisogna ricordare che per molti uomini e molte donne l’inferno non è una figura del linguaggio. È un luogo con un indirizzo e delle sbarre. Il carcere militare in cui Abdullah Shtayyeh ha trascorso più di due anni e mezzo appartiene a questa seconda specie di inferi, quelli che si toccano con le mani.

L’inferno di Dante ha un fondo, si scende fino a Lucifero e da lì si ricomincia a salire. La detenzione amministrativa toglie perfino questo. Rinuncia a comminare una pena con un termine, e rinnova la prigionia di tre mesi in tre mesi, di sei in sei, sulla base di un fascicolo segreto che il prigioniero non leggerà. L’uomo entra senza sapere di che cosa è accusato, e resta senza sapere quando uscirà. La crudeltà più sottile di questa misura sta nella sottrazione della data. Un condannato conta i giorni che mancano e si aggrappa a quel numero come a una fune. A chi è in detenzione amministrativa la fune viene tolta, e qualunque mattino può essere l’ultimo oppure uno delle mille albe che ancora verranno. Si vive sospesi in un tempo senza fondo, simile a quello che i teologi immaginavano per i dannati.

COSA TIENE IN PIEDI UN UOMO

Dentro un luogo simile la prima cosa che si impara è non cadere. Cadere significa consegnarsi, e allora il corpo impara a tenersi dritto anche quando non ne avrebbe più la forza. I palestinesi hanno una parola per questa ostinazione, sumud, la fermezza di chi resta e non si piega. È la stessa postura che canta Samih al-Qasim nei versi posti in apertura, l’uomo che cammina eretto nella sua statura, con il ramo d’ulivo in una mano e la propria bara sulle spalle. La schiena dritta diventa un dovere, è l’ultima cosa che il carcere non riesce a requisire, per mesi, per anni, regge il carico che le viene addossato.

IL RITORNO E IL CROLLO

Poi un giorno il cancello si apre, e accade la cosa che nessuno si aspetta. Il corpo, che ha tenuto per tutta la durata della prigionia, cede nell’istante esatto in cui potrebbe finalmente riposare. Lo sapeva bene Primo Levi, che dall’inferno del Novecento era tornato, e che ha speso la vita a raccontare quanto sia difficile il ritorno. Nei suoi libri il sopravvissuto si porta dietro un sogno ricorrente, sogna di essere a casa e scopre che la casa è l’illusione, e che il vero, l’unico vero Reale, è il campo. La salvezza arriva, e con essa arriva il conto. Finché il pericolo dura, l’organismo si nega il lusso di sentire. Quando il pericolo passa, tutto ciò che era stato rimandato si presenta in una volta sola, e l’uomo sviene o cade a terra, sopraffatto. La caduta di Shtayyeh è il contrario della debolezza. È il corpo che si concede, per la prima volta in mille giorni, il diritto di lasciarsi andare.

La caduta a terra è soltanto il primo conto. Ne resta un altro, più lungo, che si paga negli anni a venire. Primo Levi lo chiamava la vergogna del sopravvissuto, il sospetto irragionevole e tenace di essere tornati al posto di un altro. L’austriaco Jean Améry, che la tortura l’aveva conosciuta sulla propria pelle, scrisse che chi è stato spezzato non riacquista più per intero la fiducia nel mondo. Si torna a casa con un corpo che ha imparato a stare in guardia, che trasalisce a una porta sbattuta e fatica a credere alla mitezza delle cose. Il villaggio riabbraccia il suo prigioniero, e intanto per lui comincia il lavoro silenzioso di tornare a essere un uomo fra gli uomini, un cammino senza telecamere e senza applausi.

Dante chiude la cantica dell’inferno con un verso che tutti ricordano, e quindi uscimmo a riveder le stelle. Per Shtayyeh, e per quelli come lui, fra l’uscita e le stelle si è messa di mezzo la terra. Prima di rivedere il cielo ha rivisto la polvere di Salfit, da molto vicino, con la guancia premuta contro il suolo. La grande letteratura del ritorno conosce anche questo. Orfeo riemerge dagli inferi e perde ciò che era sceso a riprendere, Lazzaro torna dai morti e nessuno racconta come fu per lui ricominciare a vivere. Tornare somiglia poco a un trionfo immediato. È un secondo passaggio difficile, che comincia con una caduta.

Quel ragazzo che sviene sulla terra di Salfit vale per molti più di se stesso. È uno degli undicimila, e la sua caduta ripete in piccolo quella di un popolo intero, tenuto in piedi a forza di fermezza e gettato a terra a intervalli regolari.
La caduta ci testimonia che il carcere amministrativo non è una sospensione del tempo, che quegli anni sono stati reali, e che un uomo è stato piegato e si è tenuto dritto fino all’ultimo minuto disponibile.

L’uomo dei versi di al-Qasim cammina con la bara sulle spalle e il ramo d’ulivo nel pugno. Shtayyeh, per un istante, ha posato la bara. Qualcuno gli ha tenuto l’ulivo al posto suo, finché non sarà pronto a rialzarsi e a riprenderselo.

#Israelestatocriminale #AbdullahShtayyeh
#detenzioneamministrativa

@news

Link al video per chi volesse nonostante il social.
https://www.facebook.com/share/r/1BmUrJSXvh/

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