IL PRIVILEGIO DI ESSERE CONSIDERATI FRAGILI
Esiste un privilegio di cui parliamo poco: il privilegio di essere riconosciuti come esseri umani in difficoltà.
Immaginiamo una persona che urla per strada, gesticola, perde il controllo, pronuncia frasi sconnesse. Se è una persona italiana, bianca, ben vestita, anche se si trattasse di un perfetto sconosciuto il nostro primo pensiero tende a essere: «Sta male». Qualcuno prova a calmarla, cerca un parente, chiama i soccorsi. Dietro il suo comportamento continuiamo a intravedere una storia, una malattia, un dolore.
Se la stessa persona è straniera, povera, malvestita, magari con la pelle scura, cambiano immediatamente le parole: non è più “in difficoltà”, ma “fuori controllo”; non è più una persona da soccorrere, ma un pericolo da contenere. Il disagio psichico diventa degrado, la disperazione diventa minaccia, la povertà diventa colpa.
La prima ha una storia. La seconda diventa una categoria.
Alla prima concediamo una separazione tra ciò che è e ciò che sta facendo: non coincide con la sua crisi. La seconda, invece, viene interamente identificata con il comportamento che manifesta. Non è una persona che sta vivendo un episodio drammatico: diventa “lo straniero violento”, “il matto”, “il clandestino”.
Lo stesso meccanismo appare ancora più dolorosamente davanti ai bambini.
Un bambino biondo, bianco, ben vestito, che cammina da solo e sembra smarrito provoca immediatamente allarme. Ci chiediamo dove siano i genitori, se abbia paura, se qualcuno lo stia cercando. Ci fermiamo, lo avviciniamo con cautela, chiamiamo aiuto. Riconosciamo in lui ciò che vedremmo in nostro figlio.
Un bambino rom, sporco, vestito poveramente e solo sullo stesso marciapiede può invece diventare parte del paesaggio. Lo sguardo gli passa sopra. Pensiamo che sia abituato, che appartenga a quella vita, che qualcuno lo stia controllando da lontano. Talvolta lo osserviamo persino con sospetto.
È sempre un bambino. Ha la stessa paura, lo stesso bisogno di protezione, la stessa incapacità di difendersi. Eppure non gli riconosciamo automaticamente la stessa innocenza.
Forse è questa una delle forme più profonde della disuguaglianza: non soltanto avere meno diritti o meno risorse, ma ricevere una diversa interpretazione del proprio dolore.
Il ragazzo di buona famiglia con una dipendenza vive “una tragedia familiare”; il giovane straniero dipendente è “degrado”. La madre italiana sopraffatta dalla stanchezza è “in difficoltà”; quella povera e straniera diventa “irresponsabile”. La persona senza dimora nella quale riconosciamo una vita simile alla nostra è una persona sfortunata; il migrante che dorme in stazione viene percepito come un elemento di disordine.
Non vediamo soltanto con gli occhi. Vediamo attraverso categorie costruite dalla paura, dalla classe sociale, dal colore della pelle, dal modo di parlare e di vestirsi. A chi ci somiglia concediamo complessità, attenuanti e possibilità di riscatto. Dell’altro vediamo soltanto l’atto, l’errore, la presenza ingombrante.
La compassione, così, non viene distribuita in base all’intensità della sofferenza, ma alla somiglianza con noi.
Naturalmente, un comportamento pericoloso deve essere fermato, qualunque sia l’origine di chi lo compie. Proteggere gli altri rimane necessario. Ma contenere un pericolo non significa smettere di vedere la persona. Sicurezza e umanità non sono alternative: è proprio la capacità di conservarle entrambe che distingue una comunità civile da una folla impaurita.
Una società non diventa crudele soltanto quando colpisce. Diventa crudele molto prima: quando smette di domandarsi che cosa sia accaduto a qualcuno. Quando davanti a un essere umano fragile non vede più una richiesta di aiuto, ma soltanto un fastidio da allontanare.
Spesso diciamo: «E se fosse nostro figlio?». È una domanda utile, ma dovremmo riuscire ad andare oltre. Perché quel bambino dovrebbe aver bisogno di somigliare a nostro figlio per meritare protezione? Perché una persona dovrebbe apparirci familiare per essere riconosciuta come umana?
Il prossimo non è soltanto chi ci somiglia. È chiunque, attraversando il nostro sguardo, ci affida per un istante la propria vulnerabilità.
La misura della nostra umanità non è la compassione che proviamo per quelli nei quali ci riconosciamo. È la capacità di riconoscere come nostri anche coloro che siamo stati educati a non vedere.
Prima del passaporto, del colore della pelle, dell’etnia e del conto in banca viene la persona.
O almeno, dovrebbe venire.
